C'è un certo genere di documentario true-crime che ti fa chiedere se il movimento femminista abbia un'ala segreta di psyops. L'ultima uscita, 'Don't Date Brandon', che segue un gruppo di donne che si sono unite per smascherare la distruttiva scia di un uomo nel loro giro di appuntamenti locale, ne è un esempio lampante. È una storia che avrebbe potuto essere un potente racconto ammonitore, ma invece è un pasticcio pigro e voyeuristico che non rende giustizia alle donne al centro della vicenda.

La premessa è matura per il dramma: un uomo, Brandon, bombarda d'amore donne emotivamente vulnerabili, poi le isola, le controlla e le costringe, lasciando una scia di devastazione psicologica. Queste donne si sono trovate e hanno condiviso le loro storie, creando una testimonianza collettiva contro di lui. È il tipo di narrazione che, nelle mani giuste, potrebbe essere sia avvincente che importante, servendo da monito ai giovani e agli innocenti sui primi segnali di un predatore.

Ma 'Don't Date Brandon' non si preoccupa dei dettagli che darebbero una vera comprensione di ciò che queste donne hanno subito. Invece, si crogiola nello shock superficiale di tutto ciò, trattando gli orrori di queste donne come semplice materiale per la tua coda di streaming. Sembra più sfruttamento che giornalismo, un'occasione mancata per trasformare una storia vera straziante in qualcosa di significativo.

Nel migliore dei casi, il true crime può essere uno strumento di educazione e responsabilizzazione, un modo per armare i vulnerabili contro i lupi travestiti da agnelli. Nel peggiore, è solo riempitivo voyeuristico per l'ingorda bocca del palinsesto. 'Don't Date Brandon' cade fermamente in quest'ultima categoria, e le donne che gli hanno affidato le loro storie meritavano molto di più.